
Gli ignavi
“… questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.”
Un anno con D&D
(Un anno con Dante e Dostoevskij)
Canto III dell’Inferno: gli ignavi
“Ma ora l’incontro con la schiera dei cattivi / a Dio spiacenti e a’ nemici sui porta in primo piano il valore della libera decisione e scelta dell’uomo, che sta alla base di tutto l’oltremondo dantesco… La viltà o pusillanimità [ignavia] è appunto il segno della mancata scelta, vale a dire del mancato uso del libero arbitrio, per il quale l’uomo è tale e vive (che mai fur vivi).”
Anna Maria Chiavacci Leonardi
Commento alla Commedia di Dante Alighieri, Inferno, Mondadori, 1991, p. 75
Visto che sulla terra gli ignavi non hanno seguito nessuna bandiera, buona o cattiva che fosse – come quegli angeli che non furono né per Dio né per il diavolo, ma per sé stessi – nell’inferno sono costretti a correre, senza fermarsi mai, dietro a una bandiera che continua a girare, punti da mosconi e da vespe, insetti vili come loro.
Dal verso 22 al verso 66 e
rielaborazione del testo per facilitarne la comprensione
Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l’aere sanza stelle,
per ch’io al cominciar ne lagrimai.
Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d’ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle
facevano un tumulto, il qual s’aggira
sempre in quell’aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira.
E io ch’avea d’orror la testa cinta
dissi: “Maestro, che è quel ch’i’ odo?
e che gent’è che par nel duol sì vinta?”.
Ed elli a me: “Questo misero modo
tegnon l’anime triste di coloro
che visser sanza ‘nfamia e sanza lodo.
Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro.
Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch’alcuna gloria i rei avrebber d’elli”.
E io: “Maestro, che è tanto greve
a lor che lamentar li fa sì forte?”.
Rispuose: “Dicerolti molto breve.
Questi non hanno speranza di morte,
e la loro cieca vita è tanto bassa,
che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte.
Fama di loro il mondo essere non lassa:
misericordia e giustizia li sdegna;
non ragioniam di lor, ma guarda e passa”.
E io, che riguardai, vidi una ‘nsegna
Che girando correva tanto ratta,
che d’ogni posa mi parea indegna;
e diwetro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch’ non avrei creduto
che morte tanta n’avesse disfatta.
Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l’ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto.
Incontamente intesi e certo fui
che questa era la setta d’i cattivi,
a Dio spiacenti e a’ nemici sui.
Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch’eran ivi.”
Rielaborazione del testo
(tenendo conto del commento alla Commedia di Anna Maria Chiavacci Leonardi)
Qui sospiri, pianti e acuti lamenti
risuonavano nella buia volta infernale,
tanto che subito mi venne da piangere.
Lingue differenti, pronunce orribili,
parole di dolore, esclamazioni d’ira,
voci acute e flebili e insieme un batter di mani
creavano un frastuono, che rimbomba
di continuo in quell’aria eternamente buia,
come la sabbia quando soffia il vento.
E io, che avevo la testa tormentata dagli orrori,
dissi: «Maestro, cos’è quello che sento?
e chi sono questi che sembrano così sopraffatti dal dolore?»
Ed egli a me: «Questa è la misera condizione
delle anime malvage di coloro
che vissero senza meritare né infamia né lode.
Sono mescolate a quella schiera vile
degli angeli che non si ribellarono a Dio,
né gli rimasero fedeli, ma furono per sé stessi.
I cieli li respingono perché macchierebbero la loro bellezza,
né l’inferno profondo li accoglie,
poiché i malvagi non potrebbero riceverne alcun vanto».
E io: «Maestro, che cosa è tanto dolorso
per loro da farli lamentare così forte?»
Rispose: «Te lo dirò molto brevemente.
Questi non possono sperare neppure di morire,
e la loro oscura vita attuale è tanto ignobile
che invidiano qualunque altra sorte.
Il mondo non lascia che rimanga di loro ricordo alcuno;
la misericordia e la giustizia divina li sdegnano;
non stiamo qui a parlare di loro,
ma da’ un’occhiata e prosegui».
E io, guardando di nuovo, vidi uno stendardo
che, girando, correva tanto rapidamente
che mi sembrava non dovesse fermarsi mai;
e dietro ad esso veniva una tal moltitudine di dannati,
che non avrei mai creduto
che la morte ne avesse distrutti così tanti.
Dopo che ebbi riconosciuto qualcuno di loro,
vidi e riconobbi l’ombra di colui
che per viltà fece il gran rifiuto.
Immediatamente capii con certezza
che questa era la schiera dei vili
che spiacevano tanto a Dio quanto ai suoi nemici.
Questi sciagurati, che non furono mai vivi,
erano nudi e punti continuamente da mosconi e da vespe.